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Scrittura - Lettura

By Alessandro / Leggo, pillole-leggo

2018

ottobre

23

Richard Yates – Revolutionary Road

Richard Yates – Revolutionary Road

Ogni volta che finisco di leggere romanzi del genere – pietre miliari della narrativa contemporanea – mi rendo conto sempre più, di come il segreto per scrivere capolavori, oltre che disporre di un bagaglio tecnico all’altezza, sia quello di riuscire a raccontare storie ordinarie sviscerandone tutti gli aspetti. Non solo raccontare ciò che accade, ma direi addirittura fotografare con un unico scatto, la società e la vita quotidiana del tempo nel quale si sta ambientando la storia. Penso ad Haruf con la sua Trilogia della Pianura, e a Williams con Stoner, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Con Revolutionary Road è un po’ la stessa cosa. Yates ci racconta la normalissima (anche se non troppo) vita di una coppia americana nella metà degli anni ’50, i Wheeler. La famiglia, i figli, gli incontri a base di alcol con i vicini di casa, i sogni di gloria, il lavoro, e l’inevitabile tradimento coniugale. Una vita portata avanti a occhi chiusi cercando di evitare gli ostacoli che, spesso, non sono altro se non le proprie frustrazioni. La vita di Frank e April scorre via, giorno dopo giorno, con un velo di apatia appoggiato sugli occhi. Lo stesso velo che, a un certo punto, inizia a espandersi fino a giungere in prossimità della rottura.

Di questo romanzo ho apprezzato soprattutto l’onestà. Sì, proprio così, credo che dentro queste pagine ci sia un po’ la vita di tutti quanti (purtroppo). La routine capace di divorare, un piccolo morso alla volta, tutto il nostro mondo, fino a lasciare un ultimo, inutile boccone in mezzo al piatto. Quell’ultimo pezzo di vita che, buttato lì come un inutile frammento di nulla, privato tra l’altro di tutto il suo potere, ci obbliga a dover necessariamente ricostruire ogni cosa. Una ricostruzione che, il più delle volte, ci porterà a commettere gli stessi, stupidi errori.

Yates dipinge la sua personalissima società “middle-class” americana della metà degli anni ’50, come gente vogliosa di sopravvivere, ma non abbastanza coraggiosa per vivere davvero. Credo che la famiglia Givings (Helen, Howard, e il figlio John, malato di mente) sia la fotografia familiare più cinica mai descritta in un romanzo (almeno per quanto riguarda quelli che ho letto). Una donna, Helen, che non ha il coraggio di ammettere la pazzia del proprio figlio e che continua ad affermare soddisfatta, che ogni cosa è “davvero carina”, e un marito, Howard, che, stanco del continuo blaterale della moglie, di tanto in tanto stacca l’apparecchio acustico per rifugiarsi in un silenzio molto più confortevole, e infine John, quel ragazzo malato che, davanti all’inaspettata gravidanza di April, le punta un dito contro e le dice “Non vorrei trovarmi nei panni di quel marmocchio!” Cosa ci può essere di più cinico di una frase del genere rivolta a una donna incinta? Ok, John è un pazzo, ma è cosa nota: la pazzia, in alcuni casi, non è altro che l’altra faccia della medaglia della genialità.

E poi il viaggio in Europa come fuga dall’ordinario. “Lasciamo tutto e andiamocene lontano!” Credo che tutti, ma proprio tutti, almeno una volta nella vita abbiamo esclamato una frase del genere. Quel viaggio a Parigi sul quale i Wheeler, giunti al capolinea della loro esistenza insieme, puntano tutte le loro fiches. Rosso o nero, pari o dispari. Tutto in un’unica mano.

Lo consiglio a tutti coloro che non l’hanno ancora letto. Leggetelo e riflettete, se ne fate parte, sulla vostra vita di coppia.

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