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Scrittura - Lettura

PRETTY WOMAN…

 

Ero arrivata in Italia con almeno un milione di sogni, tutti diversi e realizzabili.
Almeno secondo me.

Forse perché ero un’inguaribile ottimista.
Una di quelle che riusciva a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno.
Persino senza il bicchiere.
Volendo anche in assenza d’acqua.

Amavo l’Italia.
Ancora oggi.
Nonostante tutto.

Anche se “lavorare in strada” non era compreso nel milione di sogni che avevo in mente.

Già, la strada.
Chi l’avrebbe mai detto.

Troppo fredda d’inverno e bollente d’estate.
La solita storia: “non esistono più le mezze stagioni”.
Un ritornello che, per quelle come me, come noi – insomma per tutte le ragazze ancora capaci di sognare in grande -, significava passare dal Polo Nord all’Equatore nel giro di una paio di settimane.
Senza poter fare il cambio dell’armadio, né correre dietro ai saldi di fine stagione.

Che fregatura!

Avevo lasciato buona parte della mia bellezza sull’asfalto, persa per sempre.
Il tempo scorreva a una velocità diversa, sulla strada.
Si dilatava e contraeva in maniera isterica, come un elastico.

Ma a fine giornata, quando il sole tornava a sorgere e tutto ricominciava a finire, mi rendevo conto che quel maledetto elastico era sempre più corto, o perlomeno più di quanto non fosse fino a qualche ora prima.
Nonostante quel “tira e molla” pressoché costante, il tempo a mia disposizione si stava accorciando.
Un millimetro alla volta, senza dare troppo nell’occhio.
Creando una sorta di illusione al contrario.

Ma io non ero stupida.
Avevo studiato prima di finire sulla strada.
Sapevo fare i conti a mente, io.

Il Boss ci provava ogni giorno a fregarmi, ma con me non attaccava.
Percentuali e moltiplicazioni erano il mio pane quotidiano.
Senza calcolatrice.
Senza carta e penna.

Avevo una bella testa.
Mamma lo diceva sempre.
E papà lo pensava pure lui, anche se non lo diceva mai.

Vivevano in un piccolo appartamento al di là del muro che ora non c’è più, dove era freddo anche quando era caldo.
Schiacciati tra una falce e un martello, e una svastica.
In mezzo a due fuochi, insomma.
Entrambi sbagliati, per quanto mi riguarda.

Mamma e papà volevano solo essere felici.
Come tutti, del resto.
Ero scappata, senza nemmeno salutarli, quando avevo capito che lì, a casa, i miei sogni sarebbero sbiaditi un poco per volta.
Giorno dopo giorno.
Anno dopo anno.

In Italia invece, quegli stessi sogni erano stati presi e gettati nella spazzatura.
In poche ore.
Senza nemmeno la possibilità di protestare, di fare valere le mie ragioni, di far capire a quelle gente che avevo una testa, un cuore, un’anima.

A loro interessava solo il mio culo.
Che non era niente male, per la verità.
Anche se io non lo consideravo il pezzo forte del mio essere donna.

In Italia avevo imparato a trattenere il fiato evitando di morire, a sopravvivere anche dopo la morte, a resuscitare ogni maledetta mattina.

Ora è di nuovo sera.
Le luci delle auto mi avvolgono, me le sento addosso come insetti pronti a succhiarmi via il sangue.

Sorrido come una scema anche se vorrei piangere.
Sculetto come una cheerleader anche se vorrei buttarmi in terra e morire.

Poi il disperato di turno abbocca al mio richiamo, mette la freccia e accosta a un paio di metri da me.
Il finestrino si abbassa.
La solita faccia.
Triste e insoddisfatta.
Alla ricerca di qualcosa che non avrà mai.
Almeno non da me.

Il tempo comincia a dilatarsi.
Secondi che irrompono nel territorio dei minuti, mani che parlano lingue incomprensibili.
E poi rantoli, sussurri, bugie.

E’ la fine del mondo.
O almeno è quello che spero.

Anche se il mio, di mondo, è un enorme cerchio.
Un luogo dove Genesi e Apocalisse non fanno altro che rincorrersi ogni giorno senza mai sfiorarsi.
Scambiandosi di posto agli ordini del Sole e della Luna.

Il mio, di mondo, è ormai senza sogni.
Sono tutti morti, nonostante qualche mese fa, me lo ricordo bene, erano almeno un milione.

Tutti realizzabili.
Almeno secondo me.

 

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