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Scrittura - Lettura

THE FIXER…

Ero in grado di curare le persone, semplicemente toccandole, a patto che l’avessi voluto veramente.

Non so perché.
Era sempre stato così.
Fin da quando ero solo un marmocchio.

Se un amichetto cadeva e si sbucciava un ginocchio, io mi avvicinavo a lui e mettevo un dito sulla sua ferita, poi Chiudevo gli occhi e mi concentravo.
Anche se a quel tempo non sapevo nemmeno cosa fosse, la concentrazione.

E subito sprofondavo nell’oscurità, avvolto dal silenzio.
Mi cibavo del dolore di chi mi stava di fronte.
Lo facevo mio.

Quando aprivo gli occhi, sudato e con un leggero mal di testa, la sbucciatura era sparita.
Un gioco di prestigio degno di un mago.

The Fixer: l’aggiustatore.

Ecco cos’ero in realtà.
Un tizio in grado di sistemare le cose.

Avevo continuato ad aggiustare le persone senza rendermi conto di cosa stava accadendo in me, pensando di essere un miracolo vivente.

Che stupido che ero stato!

Illudersi di poter giocare a fare Dio senza dover pagare alcun dazio.
Roba da principianti.

Ero stato sciocco.
Non mi ero mai chiesto perché l’Onnipotente, o chi per lui, avesse deciso di conferire proprio a me, il tipico ometto qualunque, un privilegio simile.

Avevo tirato dritto a testa bassa come un mulo, facendo finta di essere un nuovo Messia, il salvatore.
Come Michael Valentine Smith, il protagonista del romanzo più celebre di Heinlein.

Eppure qualcosa era risultato evidente fin da subito.
Invecchiavo a fatica, e con una lentezza disarmante.

E ogni volta che “aggiustavo qualcuno”, avevo la netta sensazione di ringiovanire.
Magari di poco.
Ma ero certo che fosse così.

Avevo vissuto la mia lunga, lenta vita, entrando e uscendo dagli ospedali come una specie di angelo senza ali.
Fissando gli occhi di bambini condannati a morte ogni maledetto giorno.
Anime senza colpa che non avrebbero mai vissuto l’amore, se non quello disperato dei genitori.

Già, bambini.
Ma non solo.
Anche ragazzi mancati, uomini e donne mai esistiti.
La linea della vita che si riduce a un punto, forse nemmeno quello.

Tuttavia non mi ero mai tirato indietro e avevo fatto il mio dovere.

Avrei salvati tutti quanti.
Uno allo volta.
Divorando i loro mali e sputandoli fuori dal mio corpo immune al cancro, alla leucemia, al virus dell’HIV, e a qualsiasi altro tipo di malattia.
Anche la più rara e priva di interesse scientifico, incapace di generare profitto.

Quando mi ritrovai nei panni di un vecchio, dopo aver vissuto per secoli e visto cambiare il mondo in maniera così radicale da non riconoscerlo più, mi resi conto di ciò che avevo fatto.

Libero arbitrio.
La solita vecchia storia.
Una postilla scritta in piccolo a fine contratto.
Poche righe.

Poi una firma buttata là a occhi chiusi.
Senza voler leggere né capire.

L’uomo che aveva condannato a morte il Pianeta, colui che sarebbe stato l’ultimo dei presidenti, l’avevo incontrato più di mezzo secolo prima in una stanzetta d’ospedale con pareti tappezzate di fumetti,
aggrappato alla vita con le unghie.

Mi disse di sapere che sarebbe morto.
Probabilmente entro Natale.

Si esprimeva come un adulto, e dava l’impressione di essere molto determinato.
Persino di fronte all’inevitabile.
Come se ce l’avesse con il mondo intero.

Parlammo per un po’.
Poi gli dissi di chiudere gli occhi e di rilassarsi.
Lui obbedì, anche se controvoglia.
Prima di addormentarsi, biascicando le parole, mi promise che un giorno l’avrebbe fatta pagare a tutti.

Per la prima volta avevo titubato, e mi ero chiesto se stessi facendo la cosa giusta.

Poi però avevo fatto il mio dovere.
L’avevo aggiustato.

Quando lo rividi in TV, un omone di mezza età con un taglio di capelli improponibile, lo riconobbi all’istante.
Puntava il dito contro tutto e tutti, aveva la bava alla bocca, e sfoggiava con orgoglio quella stessa espressione che gli avevo visto cucita addosso tanti anni prima sul letto di morte.
Quello che lo aveva visto rinascere grazie a me.

Il presidente aveva concluso il suo discorso parlando di missili.
Gli stessi che ora, una settimana più tardi, dotati di un’intelligenza artificiale assassina, stavano solcando i cieli sopra le nostre teste.
Pronti a far saltare i delicati equilibri di un mondo comunque destinato a estinguersi in tempi brevi.

Vivevo in un piccolo appartamento fuori città, in mezzo al degrado.
Solo come lo ero sempre stato.
Senza più forze e incapace di aggiustare persino me stesso.

Assistetti alle immagini in diretta.
Vidi prima la luce, poi il fungo, infine la morte.

E allora mi lasciai cadere sulla sedia, schiacciato dalla gravità e dal rimorso.

Non era colpa mia, anche se in realtà lo era.

Libero arbitrio.
La maledetta clausola che nessuno si prendeva mai la briga di leggere – quella scritta a caratteri poco leggibili e relegata all’ultima pagina del contratto – aveva colpito ancora una volta, mandando tutto quanto all’aria.

Mi presi la faccia tra le mani e cominciai a piangere.

Smisi di vivere, di esistere, e soprattutto di aggiustare.

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Dipinto di Vincent Van Gogh

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